SACCO TRA STORIA E ARCHEOLOGIA

Non è facile delineare le dinamiche storico archeologiche di un piccolo paese – per quanto interessanti e preziose che siano – quando risultano sconosciute. E’ quanto accade per Sacco, delizioso borgo disteso alle falde del Monte Motola (1700m.), nell’Alta Valle del Cilento, un paesino – gioiello che sembra messo lì ad incarnare un ideale confine tra Cilento e Vallo di Diano. Accanto, con la sua “imperiosa” presenza, è il Monte Pruno (879m.), che con la sua posizione avanzata rispetto al restante massiccio montuoso, diventa splendida terrazza (“Balcone degli Alburni”) e avamposto strategico di controllo sui valichi di Passo della Sentinella e Sella del Corticato, principali accessi al Vallo di Diano.

Sacco, 86 km da Salerno, potrebbe derivare il suo toponimo dal latino “Saccus”, assumendone, però, l’accezione di “insenatura”, con il significato di “strada senza uscita” riferito al luogo di positura del locale castello. Più probabile, risulta la sua derivazione dal nome Saccia, moglie del duca di Benevento, rinchiusa (secondo la leggenda) tra le mura del maniero. Tra il castello e la chiesa di San Nicola si scorgono evidenti tracce archeologiche di epoca paleocristiana, ellenistica e pre-protostorica. La ricognizione del sito di Sacco Vecchio, è stata effettuata in un’area piuttosto ampia, che include la zona intorno alla chiesa di San Nicola di Myra e l’interno stesso del castello. Sono stati individuati, così, significativi reperti vascolari decorati con impressioni digitali, un frammento di selce di colore arancio rosato, un raschiatoio con margine a ritocco continuo su lama di selce nera e due schegge di lavorazione in ossidiana nera trasparente attestanti una presenza insediativa risalente all’età del Bronzo. Ma le sorprese non finiscono qui. Superato il caratteristico ponte sul Sammaro, ad un quarto d’ora di cammino lungo un sentiero ricco di bacche e macchia mediterranea, si giunge alla suggestiva Grotta di Jacopo o Grotta Grande.

Provvista di due ingressi nascosti dalla vegetazione, la spelonca si apre con un’ampia sala alla quale segue una seconda con pareti ricche di stalattiti e stalagmiti. All’interno della prima sala, poco oltre l’ingresso, alcuni frammenti vascolari ed uno in selce, sono evidente conferma della frequentazione della grotta nell’età del Bronzo. In particolare si tratta di alcuni frammenti di olle dall’impasto impasto grigio – bruno decorate con cordoni orizzontali ed impressioni digitali e di un frammento di selce grigia, frutto di un probabile scarto di lavorazione della lunghezza di 2,5 cm. I rinvenimenti fanno ritenere che nell’area fosse stanziata, già in età protostorica, una comunità probabilmente attirata dalla natura stessa del territorio, ricco di fonti d’acqua e di naturali possibilità difensive. Si tratta di una cavità utilizzata dalle comunità dell’età del Bronzo o per motivi cultuali, in considerazione della relativa vicinanza alle Sorgenti del Sammaro, o per scopi funerari, analogamente ad altre grotte presenti nel territorio, oppure quale riparo dalle intemperie durante il pascolo degli armenti. I reperti rinvenuti attestano la presenza di un insediamento dell’età del Bronzo di notevole importanza. 

SACCO VECCHIO

Quello di Sacco Vecchio è da considerare un tipico sito d’altura, ben munito naturalmente e facilmente difendibile, con una posizione speculare rispetto a quella di Monte Pruno, da cui è diviso dal corso iniziale del fiume Sammaro, solco idrografico e limite geografico naturale che potrebbe diventare valida delimitazione territoriale per i due comprensori. L’abitato fungeva da luogo di controllo di importanti vie di comunicazione che, dalla valle del Sele, attraverso la valle del Calore e del Sammaro, toccando la Grotta di Jacopo, passavano per Tempa de Li Antici e per la Sella del Corticato e giungeva al Vallo di Diano. In questo contesto Tempa de Li Antici (località a 3km da Sacco Vecchio), rappresenta un’area di fondamentale importanza per la conoscenza del comprensorio, con attestazioni arcaiche che potrebbero risalire fino alla Protostoria. Passa di qui, infatti, la cosiddetta Via Preistorica, un’arteria che potrebbe aprire nuovi orizzonti sulla vita dell’uomo primitivo in questo angolo del salernitano.

SANTA LUCIA, UNA CAPPELLA RESTITUITA AI FEDELI

La strada sale nervosa, tra virgole e tornanti, e si insinua come un lungo serpente d’asfalto tra ulivi secolari, castagni, cerri, lecci e freschi boschi di roverella. Siamo nel cuore antico del Cilento, sulle ultime propaggini del Motola, a 1700 metri sul livello del mare. Sacco appare all’improvviso, aggrumato sulla collina, borgo privilegiato e raccolto, tra le mille tonalità di verde della macchia mediterranea. Un’urbastica semplice ed essenziale, che riflette, nel suo impianto, l’influsso degli insediamenti greco – romani, ripreso poi in epoca medievale e moderna. Ed è subito storia. Passeggiando tra stradine e vicoli, tra antiche dimore gentilizie, tra piazzole e portali, archi e scalinate, terrazze e veroni, ci si immerge in un mondo incantato dove, tra emozioni d’altri tempi, si possono ammirare meraviglie sopravvissute alla storia.

Centro dalla storia millenaria, Sacco è uno dei tanti paesi- presepe del Cilento interno, arroccati, come nidi di falchi sulle terrazze rocciose dei monti, comunicatori di sensazioni e di emozioni di tempi lontani, in una perfetta simbiosi uomo – natura. In questo breve viaggio alla scoperta degli antichi borghi cilentani ci piace soffermarci su un delizioso luogo di culto della “Terra del Sacco”: la cappella di Santa Lucia, di nuovo agibile dopo il  restauro realizzato grazie al contributo della cittadinanza sacchese e al finanziamento della CEI, ed inaugurata il 17 giugno del 2013. La costruzione del sacro edificio, agli inizi del Seicento, fu voluta da Francesco Setaro e della consorte Elisabetta, originari di Teggiano, che misero a disposizione del clero tutti i loro beni (universa bona). La data di costruzione, secondo gli storici, sarebbe la stessa impressa su di una colonnina che sostiene l’acquasantiera (AD 1601).

La cappella di Santa Lucia venne realizzata accanto alla porta d’accesso al paese (ciò ne sottolinea l’importanza) e, come raccontano le cronache era “bastantemente ampia, lastricata di mattoni e convertita a soffitta”. L’altare era in stucco mentre il tetto coperto “con embrici” a due penne mentre il portone d’accesso era sovrastato da due campane che richiamavano i fedeli alle diverse funzioni religiose. Nei primi vent’anni di “vita” nella cappella furono costruiti quattro altari: della Madonna dell’Arco di Costantinopoli (1614); della Madonna del Carmine (1615); di Sant’Antonio Abate (1616) e di Santa Lucia che domina sugli altri. Nella prima metà del Settecento si procede a qualche cambiamento:  l’altare di Santa Lucia viene intitolato all’Addolorata (1720), mentre alla Santa di Siracusa ne viene costruito uno nuovo nello spazio lasciato libero dal diruto altare della Madonna dell’Arco. A sottolineare l’importanza della cappella è la presenza alla sua destra dell’Hospitale, una struttura per il ricovero e per la mensa dei poveri e viandanti.

La terribile peste del 1656 che devastò l’intera regione, colpì anche Sacco, dove fu istituita la quarantena per i forestieri nel lazzaretto che sorgeva in contrada San Giovanni e la bruciatura degli indumenti. Pare, però, che l’inosservanza di tali misure di sicurezza causò la morte del 60% della popolazione.. In questo clima di desolazione l’Hospitale, al quale si accedeva da una porta della chiesa di Santa Lucia, fu adibito a ricovero degli ammalati che giungevano a Sacco per chiedere alla Madonna degli Angeli (venerata nella chiesa patronale) la grazia della guarigione. La tragedia della peste lascia il segno anche sulla cappella di Santa Lucia. Nella seconda metà del Seicento, infatti, il piccolo edificio risultava già fatiscente, e il Vescovo, costatato il degrado nel corso di una visita pastorale, obbligò di provvedere alla sistemazione.

I lavori di restauro ebbero inizio ai primi del Settecento, mentre, nel frattempo, la cappella era divenuta chiesa parrocchiale, in attesa della costruenda patronale di San Silvestro. La situazione diviene nuovamente critica nella prima metà dell’Ottocento, in particolare nel 1837, quando il Vescovo dell’epoca, in santa visita scrive: “Dentro l’abitato di Sacco vi è la cappella di S. Lucia, sotto il regime di beneficenza, bastantemente ampia. Vi sono due altari, il maggiore con nicchia dentro della quale la statua della Santa. L’altare è di stucco; le altaristiche sono inservibili e vi manca il crocifisso; vi è una sola messa il lunedì di ogni settimana, e non si celebra che solamente la festività. La cappella è lastricata in mattoni e coperta a soffitta, in parte mancante”. Si apprende, inoltre, che la sagrestia era crollata e una sola campanella richiamava i fedeli per la Santa Messa. L’ultima notizia, datata 1876, riferisce che la cappella è “diruta” e che le statue di Santa Lucia e dell’Addolorata sono stipate negli armadi in legno della chiesa parrocchiale (San Silvestro). La cappella ebbe un suo cappellano attivo fino ai primi anni dell’Ottocento fino a quando, non più autonoma, venne aggregata alla parrocchia. Importanti lavori di ristrutturazione della chiesetta si registrano nel Novecento, due in particolare. il primo negli anni Cinquanta, grazie alle rimesse di emigranti sacchesi negli Stati Uniti. Si provvide alla sistemazione della copertura, agli intonaci interni, alla pavimentazione e alla controsoffittatura in tavole. Fu realizzato, inoltre, l’affresco che rappresenta la Santa dinnanzi ai templi greci della sua città e sistemato sotto il soffitto dell’Aula Sacra. I lavori furono eseguiti da Michele Landi con i nipoti Angelo e Gennaro. Il secondo intervento, invece, venne effettuato dopo la riforma liturgica del Concilio. Furono sistemati l’altare della Addolorata e la mensa dell’altare di Santa Lucia. Il ripristino del sacro tempio è un piccolo grande passo verso una rinascita turistica che potrebbe risultare una carta vincente per la valorizzazione e la crescita culturale di Sacco.

UNO SGUARDO DAL PONTE

Lo sguardo sullo strapiombo è di quelli che lasciano senza fiato, in un mix di emozioni da brivido e di profondo, affascinante richiamo agli spettacolari scenari di una natura ancora selvaggia e inviolata. Siamo sul Ponte di Sacco, a 130 metri di altezza, sull’orrida del Sammaro, sul cui greto, laggiù, tra i rovi e la vegetazione della macchia mediterranea, scorre spumeggiante e imperioso l’omonimo torrente che, traendo origine dalle sorgenti ipogee e dalle grotte preistoriche di Sacco, va ad ingrossare, con molti altri rivi e ruscelli, le acque del fiume Calore. Tra i ponti a singola arcata più alti d’Europa, quello di Sacco è un’opera di grande arditezza e di alta ingegneria per la cui realizzazione, costata, negli anni ’60 del secolo scorso, ben 400 milioni di lire, occorsero circa 30anni di lavori, tra tempi di progettazione, stasi infrabellica e realizzazione effettiva dell’opera. Il ponte è tutto questo e molto altro ancora: un’impresa titanica dal punto di vista ingegneristico, per la difficoltà dei lavori e per i notevoli imprevisti di natura idrogeologica incontrati in fase di scavo delle fondamenta e del consolidamento delle faglie e delle numerose fratture calcaree dei costoni rocciosi.

Inaugurato il 6 luglio 1969, ancor oggi stupisce il visitatore che rimane affascinato e stupefatto alla vista di un’opera maestosa e, sotto molti aspetti, tuttora insuperata.

Ripercorriamone brevemente la storia. Prima della sua costruzione il raccordo e l’interscambio tra Roscigno e Sacco avvenivano tramite la cosiddetta “Via della Foresta” (in dialetto locale “Fresta”), antica strada ducale che, seguendo la forra del Sammaro, garantiva il collegamento tra i due borghi. L’antico tratturo, seguendo la sorgente del corso d’acqua, giungeva ad un piccolo ponte di legno, che portava prima a Roscigno vecchia e quindi al nuovo. Intorno al 1700, a causa di un evento franoso che in una sola notte seppellì l’intera area distruggendo gran parte della via ducale, venne momentaneamente abbandonato. Andrea Villani, duca dell’epoca, decise la realizzazione di un tracciato viario ex novo che garantisse il collegamento tra le due località. Nacque così l’asse che dalle località “Saracina” e “acqua fredda” conduceva alla Via della Foresta e quindi a Roscigno. Solo dopo quasi due secoli e mezzo esattamente tra il 1936 e il 1937, venne stilato un megaprogetto che prevedeva un asse viario di nuova generazione e la costruzione di un ponte. Un progetto futuristico per l’epoca che suscitò ammirazione, interesse, ma anche accese polemiche tra gli addetti ai lavori sulla scelta del luogo di realizzazione dell’opera. Lo stesso progetto fu più volte contestato in quanto ultimato solo nel tratto rientrante nel territorio di Roscigno, penalizzava fortemente Sacco. Ma l’attenzione per Roscigno in realtà fu comprensibilmente dovuta all’assetto franoso del territorio che causò, tra il 1907 ed il 1908 l’abbandono del borgo (oggi patrimonio Unesco) e la necessaria realizzazione ex novo in altro loco. Completato il progetto, i lavori, da poco iniziati, furono interrotti a causa dello scoppio del secondo conflitto mondiale, per poi essere ripresi alla fine degli anni ’50. L’assessore ai lavori pubblici pro-tempore del Comune di Sacco, Gaspare Monaco, resosi conto che la realizzazione del ponte sul Sammaro avrebbe comportato un notevole aumento del traffico, propose ed ottenne la realizzazione di una variante che evitasse ai veicoli di attraversare il paese. Diretti dall’Ufficio Tecnico provinciale di Salerno e affidati all’impresa Generale di Costruzioni Ferrobeton Silm di Roma, i lavori di costruzione del ponte iniziarono nella primavera del 1968. Il progetto prevedeva in sintesi un ponte composto da un’unica campata di 111 metri e freccia di 27,45 metri.

Poggiante su tre costole in cemento armato collegate tra loro da centine metalliche di tipo ‘Melan’ (sistema Ferrobeton). L’accesso alla struttura previsto attraverso due viadotti introducenti ad una carreggiata di 6 metri di lunghezza corredata di marciapiedi. Del difficile e complicato inizio dell’opera ci fornisce contezza Giulio Krall, progettista e direttore tecnico del ponte: “A primavera inizieremo il nostro ponte maggiore sul Sammaro. Per questo la centina è già completamente costruita e dorme a Battipaglia Terme, in attesa che passi l’inverno. Particolarmente iniquo era risultato lo stato dei luoghi, senza via d’accesso, senza acqua, senza energia. Un anno terribile, con operai legati alle corde e spedizioni che partivano per l’altra sponda, per il tracciato. Si costruì un’ardita passerella sospesa di 150 metri (un drammatico incidente causò la morte di Giuseppe Troccoli che, colpito in pieno da un attrezzo metallico, morì sul colpo) e si montò un blodin per i materiali e l’esecuzione dei getti. Ma la disavventura più grande ed eccitante capitò quando, durante gli scavi, emersero profonde faglie nello sperone di Roscigno e degradazioni e fratture nel calcare del versante di Sacco”. Per alcuni mesi i lavori vennero sospesi in attesa di studiare la soluzione e il reperimento di circa 215 milioni di lire suppletivi. “Si bucarono con macchine inventate e con varie inclinazioni  nidi di falchi sulla parete di Sacco” – spiega ancora Giulio Krall – “Pali di 150 metri e vari paletti di ancoraggio fortemente armati e cementati, consolidarono la formazione calcarea. Poi si realizzarono le fondazioni e, quindi il Ponte”.

SANT'ANTONIO, LUOGO DELLO SPIRITO

La cappella di Sant’Antonio di Padova, sorta, probabilmente, nella prima metà del XVII secolo (la prima notizia risale ad una visita pastorale del 1623) è il luogo dell’anima e il simbolo della fede e della religiosità del popolo di Sacco. La sua realizzazione, infatti, fu il frutto di una questua, realizzata da una certa Rosata Ansanelli, donna di profonda fede e di preclare virtù, la quale, per voto fatto al Santo e per grazia ricevuta si adoperò per edificare al grande taumaturgo una nuova cappella in contrada San Giovanni che sostituisse la vecchia cappella a Lui dedicata, in località Lo Piaggio, ormai fatiscente e diruta.

Scarne le notizie: soffitto a cassettoni, altare in stucco e pavimentazione in cemento. Annesso alla cappella era un piccolo campanile, posto, forse, al lato destro in linea con la facciata. Una nota a parte merita la bellissima statua del Santo, che, dalle poche notizie pervenute parrebbe essere in pregiato legno dorato. Nella prima metà del Seicento la cappella fu annessa alla chiesa parrocchiale poiché priva di un patrimonio proprio, ma, all’indomani della terribile peste del 1656 che mietè migliaia di vittime in tutto il Regno, l’Università si appropriò sia della cappella che dei beni ad essa appartenenti. Vicende alterne e controverse  caratterizzano la sua travagliata storia nel corso dei secoli. Il 3 gennaio 1733 un cittadino di Sacco, rende una dichiarazione giurata dinanzi al notaio Giuseppe Dente, asserendo che “la chiesa di Sant’ Antonio fuora la terra è tutta aperta e minaccia prossima ruina”. Notizia altrettanto interessante, datata 1756 e riportata dai registri della “Venerabile Quarta”, è l’annotazione del procuratore che registra nel bilancio le spese per aver costruito nella chiesa di Sant’ Antonio di Padova l’orchestro (tribuna) per l’organo. In verità non si sa con certezza se si trattasse di una riparazione o di una costruzione “ex novo” ma tutto lascia propendere per questa seconda ipotesi. A metà Ottocento la cappella risulta nuovamente di patronato dell’Università e gli interventi di manutenzione per la sua sopravvivenza diventano sempre più numerosi e urgenti, atteso lo stato di grande precarietà della struttura. Per cercare una risoluzione definitiva del problema, Francesco Perrone, si incarica di scrivere, in  nome e per conto del sindaco, momentaneamente impossibilitato, all’Intendente della Provincia affinché intercedesse presso l’Ordinario Diocesano per lo stanziamento dei fondi necessari per un duraturo e idoneo restauro della cappella. Il Vescovo risponde picche, ma il Comune non si dà per vinto e nell’anno 1845 delibera di attingere fondi dalle Oo.Pp.Cc.

sacco

Occorreranno tre anni per il completamento delle opere di ristrutturazione e di restauro del piccolo tempio. Ma il destino sembra accanirsi contro la cappella. Una violenta scossa di  terremoto, infatti, danneggia pesantemente la struttura e questa volta gli amministratori preferiscono dirottare le poche risorse su altre strutture danneggiate. Il parroco pro-tempore Tommaso Monaco, scrive all’Intendente chiedendo, con apposita documentazione tecnica, la riparazione dei danni; poi, visto l’esito negativo della richiesta, scrive di nuovo chiedendo soltanto la riparazione urgente del tetto attingendo i necessari fondi dalla vendita dei faggi del bosco del Motola. Viene interpellato anche il Ministro dell’Interno, che comunica all’Intendente di Salerno di aver approvato la spesa di restauro. I lavori furono aggiudicati a Nicola Pezzuti. Il collaudo venne effettuato il 2 ottobre 1855 dal “mastro fabbricatore” Francesco Vairo di Piaggine che ricevette come compenso un ducato. Alla cerimonia furono presenti il sindaco, Paolo Emilio Monaco e Nicola Pezzuti. Intanto un nuovo sisma verificatosi il 16 dicembre 1858 riportò la chiesa in condizioni critiche con il crollo parziale del tetto e del campanile.

Oggi, in questa piccola e deliziosa cappella, finalmente ritornata alla vita, stuoli di sacchesi provenienti sia dall’Italia che dall’estero, giungono con immutata fede, come alla Terra Promessa, per invocare la benedizione del Santo.

LA SORGENTE DEL SAMMARO, LA MAGIA CORRE SUL FIUME

Uno “spazio vitale” in cui la presenza dell’uomo ci appare l’eccezione e non la regola. Un variegato susseguirsi di macchia mediterranea dalle mille tonalità di verde che assumono iridescenze singolari secondo l’ambiente, le stagioni e la luce.

Uno spettacolo d’eccezione e di rara bellezza che solo chi è dotato di un animo sensibile e originale può godere e apprezzare. Si ha qui la sensazione di essere in un luogo senza tempo e senza confini, dove il corpo, l’anima e la mente sono come sospesi tra l’immaginazione e la leggenda, la natura e il mito. Caratterizzato da una flora variegata, da endemismi di pregiato interesse naturalistico e da un ricco patrimonio faunistico, che conta anche alcune specie rare della fauna italiana, come la trota del Sammaro, le sardine di acqua dolce, l’anguilla, il trotto, il barbo, le rane verdi (in via d’estinzione), i gamberi d’acqua dolce, senza contare la lontra da sempre abitatrice indiscussa di questi luoghi, l’area della Sorgente del Sammaro unisce alla notevole diversità e ricchezza biologica il fascino della sua storia millenaria dovuta alla vicinanza dell’antico abitato di Sacco Vecchio. A voler prestare fede ad alcune cronache la parola “Sammaro”, probabilmente di origine greca, indicherebbe “acqua che scorre sulla sabbia”. Un secondo etimo, invece, vuole che “Sammaro” derivi dalla lingua longobarda col significato di “luogo dove si lava”, così come la parola dialettale “nzammarare”, vale a dire “mettere i panni in acqua” potrebbe avere la medesima origine. S tratta, ovviamente, di mere ipotesi ma di certo sappiamo che già nel X secolo il fiume Sammaro compariva in un pubblico documento. Il fiume nasce nel Comune di Sacco, alla fine di una gola rocciosa lunga circa tre chilometri, da una grotta denominata “Forno”. La sorgente, di tipo carsico, è la prima del meridione d’Italia per portata d’acqua (circa 1800 litri al secondo) ed il suo volume è tale da generare un rumore assordante, divenuto oramai familiare ai visitatori abituali e alla gente del territorio. Nel suo primo chilometro l’acqua del Sammaro è del tutto priva di inquinamenti per cui è batteriologicamente pura e quindi potabile. Fino alla confluenza col Ripiti il fiume attraversa il territorio di Sacco, per immettersi poi, sulla destra, nei territori di Roscigno, Bellosguardo, Aquara e, sulla sinistra, in quelli di Laurino e di Felitto. A questo punto, dopo aver ricevuto l’affluenza del fiume Fasanella (tra Bellosguardo ed Aquara) si riversa nel Calore nei pressi di Castel San Lorenzo. Con una portata superiore allo stesso Calore, soprattutto nei periodi estivi, l’acqua della sorgente del Sammaro fa registrare una sostenuta presenza di anidride solforosa, fatto acclarato già qualche secolo addietro, di cui abbiamo menzione nel “Dizionario istorico e geografico del Regno di Napoli” dell’abate Francesco Sacco, datato 1796.

Lungo l’intero corso del fiume, nel territorio di tutti i Comuni attraversati, sono presenti numerosi resti di vecchi mulini ad acqua, molti dei quali rimasti in attività fino agli anni ’50 del secolo scorso. A Sacco, inoltre, i resti di una centrale idroelettrica che fino al 1970 riforniva i Comuni di Sacco e Roscigno rende ancora più interessante e suggestivo il luogo, stimolandone la conoscenza.

Un luogo che in realtà non necessita di grandi interventi strutturali quanto piuttosto di un lavoro costante di valorizzazione, di manutenzione e, più in generale, di “cura” per il territorio e per le nostre radici. Raccontare, infatti, l’origine e le caratteristiche di questi manufatti significa aprire una finestra sul passato e più precisamente sulla nostra storia e sulla nostra civiltà.

Tutti i testi sono a cura di Lucia Cariello della Cooperativa ArcheoArte.